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mercoledì 26 aprile 2017

Belgrado Blues, la città bianca fra mito e visioni. Recensione su Satisfiction

Belgrado blues è un itinerario del cuore. La Mazzucato descrive la capitale serba come un luogo bello, drammatico e di immutato splendore. La storia dell’ex Jugoslavia è tragica, ma qui la speranza è di casa. Soprattutto in questa città senza periferie, senza confini ideologici, dove l’incontro tra etnie e culture diverse è sempre stato all’ordine del giorno. Francesca Mazzucato ci parla del passato e del presente di Belgrado. Ci racconta della ricostruzione avvenuta subito dopo i bombardamenti della Nato, ci descrive la rinascita dal punto di vista serbo.
Negli anni dell’ultima guerra jugoslava, che ha avuto come effetto lo spezzettamento della nazione balcanica, abbiamo costruito l’immagine del serbo-cattivo, frutto anche di una propaganda creata ad hoc, dalla quale, però, la Mazzucato si tiene lontana. L’obiettivo di questo libro non è né polemizzare, né difendere un punto di vista, semplicemente, attraverso l’esperienza diretta, ci viene descritto un luogo. D’altronde, viaggiare vuol dire scoprire e scoprire significa rimodellare le proprie convinzioni.
La Belgrado che ci viene descritta dalla Mazzucato è la città dell’incontro dove arte, folklore, religione e sapori si sono sviluppati attraverso una pacifica convivenza. Nella città bianca tutti sono artisti, perché respirano quest’atmosfera cosmopolita che aleggia da secoli sui celi balcanici. Neanche la guerra, conclusasi alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, è riuscita a spazzare via quest’aria magica.
La scrittrice si aggira per quartieri periferia-non-periferia, un modo poetico per farci comprendere che in questa città ogni punto è un centro dal quale si irradia splendore; si affida alle parole di Jovanka, custode dello spirito e della storia di Belgrado; una storia che lei racconta con epicità e attraverso la quale legge la sua relazione amorosa. E così, tra miti e visioni, come ci suggerisce il sottotitolo del libro, veniamo catapultati in un viaggio emozionante.
Sembra il racconto di un tour di matrice lettrista, in cui l’itinerario è dettato dalle emozioni e la mappa della città si modella in base alle nostre sensazioni. In questo modo, l’anima guida, il cuore si accorda allo spazio, la mente resta lucida ma non interferisce. Ma ciò che la Mazuccato ci vuole far capire è che non c’è bisogno di troppe parole per spiegare Belgrado, basta visitarla e attraversarla con lentezza. La proverbiale lentezza serba… dice l’autrice.
Perché Belgrado ha il dono dell’immortalità.
Martino Ciano
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Belgrado è una geometria d’acqua, incuneata fra due fiumi. Si trova, infatti, nel punto esatto in cui il fiume Sava incontra il Danubio. Il Danubio è navigabile, io l’ho fatto, incantata, osservando le oasi di verde e la città che si apriva al mio passaggio; è una magnifica maniera per impararne la toponomastica e superare la difficoltà della lingua, imparando a conoscerla da una diversa prospettiva.
I fiumi hanno splendidi percorsi, camminati e passeggiati quotidianamente da tante persone, nonostante il clima continentale molto freddo e nevoso d’inverno, spesso funestato dal vento forte che arriva dai Carpazi. Sul lungofiume ci sono locali diventati storici e molto frequentati, ne nascono sempre di nuovi, la città è viva e piena di giovani che trovano un luogo da ristrutturare, da arredare secondo uno stile preciso, da dipingere e rendere un accogliente ritrovo, una kafana, un disco pub, un ristorantino economico con musica. C’è veramente da sorprendersi, per la varietà, per i prezzi, per la musica che accompagna i passi di chi arriva, di chi transita e va, in questa città così contemporanea, così fiera, dove il Danubio fa l’occhiolino e sussurra la sua maestosa storia.
Nelle strade ci sono tapparelle che rivelano interni, luci, intimità, pezzi di vite, clacson impazienti, semafori coordinati, un ritmico pulsare, la città bianca diventa un luna park di colori, quando vuole. Chi si ferma davanti ai vari casinò, poi parcheggia chissà dove macchine enormi ma vecchie, o moto. Poi ci sono donne bellissime, e signore pacate che rallentano davanti ai portoni di palazzi sobri e troppo scuri. E piove. Una pioggia rarefatta, piovono memorie, lacrime asciugate troppo, icone ortodosse sfregiate, piovono abbracci, menzogne, inviti a bere grappa, visioni oniriche. Piove ogni cosa, su Belgrado, ogni cosa che la riguarda, che ci riguarda. E sempre quella voce fuori campo, la donna molto bella. La città bianca. La città bianca. Qualcuno corre, io no. Piovono spruzzi improvvisi, poi si fermano, rischiara appena. Cammino in periferie-non periferie e incontro enormi casermoni tutti uniti, in mezzo c’è uno spiazzo verde, qualche panchina per socializzare forzatamente coi vicini, architettura socialista anni Cinquanta, poco più avanti quella anni Settanta che differisce di poco, tutto alto e grigio, un po’ di vetro oscurato, marmo che sembra vecchissimo, e parallelepipedi allineati, quel poco di giardino intorno non basta a rischiarare niente. Vedo strade con legno e macerie vicino ai bidoni.
E brecce. Brecce di intonaco nei muri e nelle terrazze, vicino alle finestre dove sono stese poche cose. Le brecce della città bianca saltano agli occhi appena si cammina nella periferia-non-periferia, dove pochi dinari salvano una vita o la condannano per sempre e non puoi sapere cosa preferire, a volte afferri i dinari e non pensi ad altro che a tenere i pugni stretti e a procedere rasente a quei muri che sembrano grattugiati. Proprio sotto, un casinò e un grande negozio di macchinari elettronici economicissimi, roba da entrare, pagare in euro e portare via tutto. Abbiamo quell’istinto da predatori, noi, con le nostre certezze che ormai traballano, di una moneta che ormai ci strozza, di un’Unione europea che ci ha stremato. Rimaniamo ancora predatori, nonostante tutto e mi domando a volte come mai l’attuale premier serbo ci tenga tanto a entrare nell’Ue. Certo, capisco le questioni economiche, i sostegni, ma non si rende conto di quanto potrà essere difficile, per loro? Di quanto potranno pesare il pregiudizio antiserbo, l’influenza americana? La Slovenia nell’Unione ha alleati influenti, protezioni di ferro.
Non sarebbe lo stesso per Belgrado. Però la lungimiranza spetta a ci governa e l’attuale premier ha una buona reputazione e si è reso credibile e mostrato attento al bene del suo popolo, può darsi che abbia ragioni che io non comprendo. Ma io viaggio nei Balcani carica di nostalgia. Mi pare il prezzo da pagare per quello che è accaduto ai tempi dei bombardamenti, mi sento in debito, a volte. Chissà cosa succederà. Capire la politica, gli equilibri, i focolai di rancori, da queste parti, è un enigma difficile, come prevedere il futuro, o i futuri possibili.
Procedo. Oltre, un supermercato. Sono quasi tutti rossi, cartello rosso, banconi rossi, frutti rossi, le offerte speciali sono urla rosso fuoco che invogliano ad avvicinarsi chi deve mettere insieme il pranzo con la cena e a volte ci riesce subito, altre volte fa più fatica. Casermoni, diciamo noi. Un piano, un balcone, un piano, nessun balcone e poi ancora e ancora e ancora fino in cima, niente ascensore, scale a spigolo, balconi ristretti nella loro singolare forma sghemba, odore di cartone, polistirolo e mele cotte. Salgo le scale per trovare Jovanka.
Jovanka è una amica di una amica, una della compagnia teatrale con cui ho viaggiato. Mi hanno lasciato qui col suo indirizzo, loro hanno proseguito. Li ritroverò al ritorno. «Vai da lei. L’avverto», ha detto la mia amica prima di ripartire. Gli attori non ti lasciano mai senza un punto di riferimento, è una legge non scritta, ma devono saperti al sicuro, coi giusti appoggi. La incontro molto volentieri. Fa la fotografa, è serba e torna sempre qui, ma per parecchi mesi all’anno gira il mondo per raccogliere i suoi scatti. Facce, visi, orizzonti, case. Ha esposto in tutto il mondo, ha portato la guerra, la pace, i corpi, la sensualità e l’urlo delle donne da New York a Berlino, da Parigi a Kiev. Però, torna qui. «Torno sempre», mi dice. «Anche una settimana, se mi perdo, se qualche lavoro mi porta troppo lontano, ma torno».

(Da http://www.satisfiction.me/francesca-mazzucato-belgrado-blues/)

giovedì 9 marzo 2017

Senza Facebook

Non ho tempo per i social network  in questo  periodo. Sento di dovere indirizzare l'energia  altrove.
Si liberano, allora, spazi imprevisti.  Non percepisco mancanze ma rinnovate intensità

Il rossetto rosso

Insieme a nuovi, appassionanti  progetti.
Ed è  subito  primavera

lunedì 13 febbraio 2017

24 ore da concludere e il cambiamento

Febbraio  dal primo giorno è stato  il mese del cambiamento.
Terme, Spa, dieta detox, lunghe  camminate e massaggi
Volevo più luce, fuori  e dentro.
Sono convinta  che il cambiamento  comincia  subito
Adesso.
Quando lo decidiamo.
E  poi  prosegue.
Il percorso è la parte da godere completamente

Inoltre,  ho una stesura.

Manca pochissimo e concludera è parte integrante  di questo periodo dove alcune  cose devono essere  lasciate andare

giovedì 2 febbraio 2017

Una indimenticabile esperienza di lettura

Un romanzo  immenso, una stupefacente  esperienza di lettura  che trascina dentro la storia, le pagine, le lacerazioni. Un libro che trasforma. Romantico. Crudele.

Febbraio e la luce

Nei capelli, striature di luce.
Il cambiamento. Qualcosa di profondo.
Dentro e fuori.

domenica 1 gennaio 2017

La luce di Marsiglia

Il primo scatto, la sosta, il bianco intorno.
Bellezze così, nonostante