lunedì 28 settembre 2009

diario infimo# i dettagli della fine

Pensarti è nuovamente una speranza nella solitudine anche se sola non sono. Non sono sola se mi specchio, se apparecchio, lavoro, rimpiango, mi accarezzo, leggo, consiglio, telefono, se specchio la mia vita in una vetrina, in una rapida sarabanda di ricordi, di cose da fare, di sguardi da scaldare, di parole, di proposte anche indecenti, di amori. Ma forse ci sono posti dove siamo soli e non lo sappiamo. Li conosciamo adagio, emergono piano. Anch'io arrivo lentissima. Aspettarti dopo tanto tempo con le gambe rannicchiate su un muretto, arrivare in anticipo, profumarmi, agitarmi, guardare il cielo che sembra da pioggia, guardarti arrivare. L'hai fatto, arrivare. Pensare come ho potuto, come ho potuto amarti, pensarlo all'istante, mentre mi vieni incontro, pensare che è tutto sbagliato, il colore dei capelli, il taglio e il resto. Pensarlo seduti ad un bar come tanti, uno dei tanti di un tempo. Aspettare quelle poche parole, goffe spiegazioni per cose senza senso, lo fai. Parli, ti spieghi e sei goffo. Sei goffo, ti spieghi e mi guardi, io ti guardo. Parliamo di cose neutre per un po'. Il lavoro, lo so che vuoi chiedere, lo fai, ti rispondo. Lo sai che ti chiedo, rispondi. Potevi lavorare da Castorama e non hai voluto, il commesso ti avevano offerto di fare. Con quel colore improbabile di capelli, con quello sguardo che chiama pietà e comprensione per poi scivolare, per andarsene via senza un niente rimasto. Commesso in un negozio di bricolage, quei posti di famiglie normali, cucine spaziose, il ristorante due volte al mese, tanta televisione, ogni tanto un viaggio e un salto a Castorama o all'Ikea. Fra il palpitante bisogno di una normalità possibile, tu lì in mezzo, tu ad annuire, a mostrare quelle merci così preziose, tu a rivolgerti a un capo. Da Castorama. Con una divisa, una pausa, un pranzo, una mensa, una pianta da curare, un tempo. Non potevi, era chiaro e hai detto di no. Ne avevi bisogno, era chiaro e hai detto di no. Continui a parlare, a infilarti in spiegazioni che sono chiaramente un pretesto, continuo a guardarti pensando che è tutto sbagliato, averti aspettato, essere lì, incrociare le braccia quasi fossero uno scudo, una difesa da quello che può arrivare, arrivare all'improvviso anche prima di quel temporale che sentivo sospeso, in agguato, fra nuvole e bassa pressione, fra sudore appiccicoso e piccoli capogiri. Quell'amore. Quel niente. Lo stesso. Arrivare. Eppure mi fisso sui dettagli che mi sfregiano, che sfregiano il mio gusto, i desideri, i pensieri, la collanina orrenda, i capelli, Castorama, adesso il lavoro con la compagnia di facchinaggio. Tutto. Quella freddezza da sala operatoria. Quel parlare asettico. Un anestesista. Un patologo, un medico legale. I miei sentimenti pronti per l'autopsia. Sezionarmi. Ricomincio a concedertelo, è un attimo.