lunedì 28 settembre 2009
diario infimo# i dettagli della fine
Pensarti è nuovamente una speranza nella solitudine anche se sola non sono. Non sono sola se mi specchio, se apparecchio, lavoro, rimpiango, mi accarezzo, leggo, consiglio, telefono, se specchio la mia vita in una vetrina, in una rapida sarabanda di ricordi, di cose da fare, di sguardi da scaldare, di parole, di proposte anche indecenti, di amori. Ma forse ci sono posti dove siamo soli e non lo sappiamo. Li conosciamo adagio, emergono piano. Anch'io arrivo lentissima. Aspettarti dopo tanto tempo con le gambe rannicchiate su un muretto, arrivare in anticipo, profumarmi, agitarmi, guardare il cielo che sembra da pioggia, guardarti arrivare. L'hai fatto, arrivare. Pensare come ho potuto, come ho potuto amarti, pensarlo all'istante, mentre mi vieni incontro, pensare che è tutto sbagliato, il colore dei capelli, il taglio e il resto. Pensarlo seduti ad un bar come tanti, uno dei tanti di un tempo. Aspettare quelle poche parole, goffe spiegazioni per cose senza senso, lo fai. Parli, ti spieghi e sei goffo. Sei goffo, ti spieghi e mi guardi, io ti guardo. Parliamo di cose neutre per un po'. Il lavoro, lo so che vuoi chiedere, lo fai, ti rispondo. Lo sai che ti chiedo, rispondi. Potevi lavorare da Castorama e non hai voluto, il commesso ti avevano offerto di fare. Con quel colore improbabile di capelli, con quello sguardo che chiama pietà e comprensione per poi scivolare, per andarsene via senza un niente rimasto. Commesso in un negozio di bricolage, quei posti di famiglie normali, cucine spaziose, il ristorante due volte al mese, tanta televisione, ogni tanto un viaggio e un salto a Castorama o all'Ikea. Fra il palpitante bisogno di una normalità possibile, tu lì in mezzo, tu ad annuire, a mostrare quelle merci così preziose, tu a rivolgerti a un capo. Da Castorama. Con una divisa, una pausa, un pranzo, una mensa, una pianta da curare, un tempo. Non potevi, era chiaro e hai detto di no. Ne avevi bisogno, era chiaro e hai detto di no. Continui a parlare, a infilarti in spiegazioni che sono chiaramente un pretesto, continuo a guardarti pensando che è tutto sbagliato, averti aspettato, essere lì, incrociare le braccia quasi fossero uno scudo, una difesa da quello che può arrivare, arrivare all'improvviso anche prima di quel temporale che sentivo sospeso, in agguato, fra nuvole e bassa pressione, fra sudore appiccicoso e piccoli capogiri. Quell'amore. Quel niente. Lo stesso. Arrivare. Eppure mi fisso sui dettagli che mi sfregiano, che sfregiano il mio gusto, i desideri, i pensieri, la collanina orrenda, i capelli, Castorama, adesso il lavoro con la compagnia di facchinaggio. Tutto. Quella freddezza da sala operatoria. Quel parlare asettico. Un anestesista. Un patologo, un medico legale. I miei sentimenti pronti per l'autopsia. Sezionarmi. Ricomincio a concedertelo, è un attimo.
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Dannato corpo ferito
La reazione inerme e sperduta
reazione venduta come puttana
o scatola di catrame
venduta come ciarpame
spazzatura ammucchiata,
distrattamente rovesciata
sulla strada deserta
reazione specchio delle mie brame
Corpo incontrollato
bastardo e avvilito
nelle viscere toccato
hai smesso di collezionare controvoglia
ipotesi sulla sua vita,
su quella vita compresa in una storia,
da un punto all'altro una linea retta,
passione maledetta che un giorno disse forse,
che un altro
rincorse
verso un invisibile reso possibile
da fantasia malata da fantasia estatica e storpiata
dannato corpo stordito
ti sei sdraiato
a occhi chiusi
avresti voluto fare
una cosa sola
urlare
bere e scopare
come una volta
con lui
Dannato corpo ferito
non stoppi le lacrime,
non basta un dito
hai bisogno di aiuto
dolore più forte
parole sofferte
una storta, una dritta
un attacco di panico
un collocamento tremolante nel pensiero distante
nel sembiante,
fottuto corpo alla ricerca
della merda che si nasconde
dello splendore che si rivela
ora finalmente si svela
si abbelliscono le stanze
e quello che gli avevi appiccicato addosso
si rivela falso a metà
si rivela un po' la realtà
e quella fantasia che vuol essere autolesionismo e anestesia
illusoria drammatica poesia
è la tua epica la tua ossessione
scrivi e ancora scrivi con febbrile impeto e dedizione
Non dimentichi notti bruciate
mai veramente trascorse, scivolate nell'oblio, affondate, sfamate, ora sai
reazione venduta come puttana
o scatola di catrame
venduta come ciarpame
spazzatura ammucchiata,
distrattamente rovesciata
sulla strada deserta
reazione specchio delle mie brame
Corpo incontrollato
bastardo e avvilito
nelle viscere toccato
hai smesso di collezionare controvoglia
ipotesi sulla sua vita,
su quella vita compresa in una storia,
da un punto all'altro una linea retta,
passione maledetta che un giorno disse forse,
che un altro
rincorse
verso un invisibile reso possibile
da fantasia malata da fantasia estatica e storpiata
dannato corpo stordito
ti sei sdraiato
a occhi chiusi
avresti voluto fare
una cosa sola
urlare
bere e scopare
come una volta
con lui
Dannato corpo ferito
non stoppi le lacrime,
non basta un dito
hai bisogno di aiuto
dolore più forte
parole sofferte
una storta, una dritta
un attacco di panico
un collocamento tremolante nel pensiero distante
nel sembiante,
fottuto corpo alla ricerca
della merda che si nasconde
dello splendore che si rivela
ora finalmente si svela
si abbelliscono le stanze
e quello che gli avevi appiccicato addosso
si rivela falso a metà
si rivela un po' la realtà
e quella fantasia che vuol essere autolesionismo e anestesia
illusoria drammatica poesia
è la tua epica la tua ossessione
scrivi e ancora scrivi con febbrile impeto e dedizione
Non dimentichi notti bruciate
mai veramente trascorse, scivolate nell'oblio, affondate, sfamate, ora sai
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mercoledì 23 settembre 2009
crocerossina o puttana, questione di indole.
a volte penso al contesto, intorno,
come a feriti in attesa di soccorso
io con loro, io lontana, crocerossina, puttana, non cambia.
non so accettare copioni di altri e recitare battute con enfasi studiata
preferisco le parole del lenimento, quelle della brutta figura, della postura sbagliata della giornata storta, della rivolta negata, della paura suadente, del rischioso buttarsi su quel niente che si fa regalo ai miei occhi letterati e letterari
preferisco una schiera di scelti e prescelti (fra gli esuli, i topi degli anfratti, i disgraziati, i matti, i depressi e i soppressi nelle voglie, i non- amati o quelli sulle soglie) e poi fare qualsiasi cosa
io con loro io lontana, crocerossina, puttana, non cambia.
come a feriti in attesa di soccorso
io con loro, io lontana, crocerossina, puttana, non cambia.
non so accettare copioni di altri e recitare battute con enfasi studiata
preferisco le parole del lenimento, quelle della brutta figura, della postura sbagliata della giornata storta, della rivolta negata, della paura suadente, del rischioso buttarsi su quel niente che si fa regalo ai miei occhi letterati e letterari
preferisco una schiera di scelti e prescelti (fra gli esuli, i topi degli anfratti, i disgraziati, i matti, i depressi e i soppressi nelle voglie, i non- amati o quelli sulle soglie) e poi fare qualsiasi cosa
io con loro io lontana, crocerossina, puttana, non cambia.
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lunedì 21 settembre 2009
la bigamia invadente della pelle
subisco con compiacimento la spregiudicatezza della mia pelle
la bigamia invadente dei suoi pori
la lucida e viziosa capacità di scivolare
da un languore all'altro
da immagini di tramonti all'abbaglio
a quel pomeriggio piovoso che- inesorabile resta
subisco con gioia e con eccitazione
l'invadibilità del mio corpo
sapendo che il cuore contiene ogni cosa
come sosteneva Marina*
*Marina Cvetaeva, poetessa russa
la bigamia invadente dei suoi pori
la lucida e viziosa capacità di scivolare
da un languore all'altro
da immagini di tramonti all'abbaglio
a quel pomeriggio piovoso che- inesorabile resta
subisco con gioia e con eccitazione
l'invadibilità del mio corpo
sapendo che il cuore contiene ogni cosa
come sosteneva Marina*
*Marina Cvetaeva, poetessa russa
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Di cannella e di rosa # furto senza scasso di ricordi altrui
Di cannella adesso profumo
di cannella e di rosa e la casa
la casa è una non-casa, è l'approdo
dopo un viaggio, un ritorno
è un approdo di storie
un'aggancio di garbugli di vite
restaurant typiquemant Marocain
Médina
Avenue El Mouahidine
You must come back my friend, come back with me, in the desert
Un approdo di volti e di strade
è la casa col servizio per il te caldo alla menta
col tappeto Tuareg e i ricconti di passaggi desertici e di nomadi senza volto visibile
altro che strade in effetti, villaggi di tende e dromedari
Plein centre de Marrakech
chambre avec salle de bain
( oh, mais oui)
Do you want to come? Night club? Femme- ragazze? No?
Why not?
Di cannella e di rosa adesso profumo
nei profumi si capovolgono i sensi in capriole ridicole e belle
in quelle inciampa la scrittura e di quelle si nutre
di cannella e di rosa e la casa
la casa è una non-casa, è l'approdo
dopo un viaggio, un ritorno
è un approdo di storie
un'aggancio di garbugli di vite
restaurant typiquemant Marocain
Médina
Avenue El Mouahidine
You must come back my friend, come back with me, in the desert
Un approdo di volti e di strade
è la casa col servizio per il te caldo alla menta
col tappeto Tuareg e i ricconti di passaggi desertici e di nomadi senza volto visibile
altro che strade in effetti, villaggi di tende e dromedari
Plein centre de Marrakech
chambre avec salle de bain
( oh, mais oui)
Do you want to come? Night club? Femme- ragazze? No?
Why not?
Di cannella e di rosa adesso profumo
nei profumi si capovolgono i sensi in capriole ridicole e belle
in quelle inciampa la scrittura e di quelle si nutre
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domenica 20 settembre 2009
A quanto amore hai rinunciato?
Quanta notte, quanto freddo nel corpo (di quello acuminato che rende friabili le ossa), quanta agonia di destino e splendore disdegnato porti con te (bagaglio a mano, meglio ancora in tasca), quanti fastidi da sbrigare e delusioni da fumare rollando adagio, con metodo e determinazione, quanti residui di note, fughe pensate e messe in atto con il motore acceso ma la voglia spenta
Si, dormire e viaggiare
Sentire che tutto quello che ho alle spalle si congela, diventa davvero un ricordo.
Andare il più lontano possibile, fin dove non c'è legge.*
A quanti incroci hai ballato invece di dare la preferenza, a quante rotonde hai pensato di svicolare nell'angolo proibito, quanto frastuono hai pensato di zittire e quanto silenzio hai riempito di lacrime che non hai trovato virili ma che non potevi trattenere
A volte penso che potrei non svegliarmi più, e va bene così. E' gia stata una bellissima avventura.*
A quanto amore hai rinunciato, dimmelo?
Ho deciso che adesso basta con le femmine.
Voglio finire la serata e precipitarmi lontano dal marasma*
A quanto? Nel non- senso del tutto di gesso e di concime che ci avvolge, nello smembrato sconforto che circonda e tende agguati, nell'assenza di senso e di vera possibile rincorsa, perché?
Sai dove e come trovarmi, io sono tenace, tessitrice, radiografo scrivendo ogni dettaglio, ogni abbaglio o sussulto, già danneggiata, esagerata e qui, a dispetto di ogni evidenza, nell'assenza, con la ferita corrosa, aspetto. E' un atto di coraggio o è solo un'ondata di calore che si autoalimenta, che si riforma, che rinasce e ritorna, che non muore. Io aspetto e aspetterò, sono costante, quasi folle a volte, lo sai, ho doglie di rincrescimento, non riesco ad accettare di congelare nel passato, in un ricordo- righe di pioggia, parole e ora tormento: fa di me un rimpiazzo, un sollazzo, uno strascico di ridicolo, un qualsiasi ormeggio, fa di me un balocco, una scheggia di vetro in cui specchiarti a piacere, un fotogramma sfocato, un'ombra di passato non arresa, un'imboscata inevitabile, un nodo di squilibri e sentimenti esagerati, una cosa sospesa, senza nome e senza bocca, un manichino in esposizione, una torsione beffarda del destino, ma devo saperlo, devo sapere perchè a così tanto amore hai rinunciato, perché al mio offerto da mani nude-solo non di passato- hai detto no e basta, no senza sfumature( e l'offertorio si è fatto per necessità scrittura, grido segnato fra le righe e i silenzi). Scegli il ritmo, il tempo, decidi il se, il dove, l'eventuale quando, il mezzo e il fine, con quale cadenza, con quanta mia impazienza e tua sopportazione, andrà bene comunque, me lo farò bastare, aspetto.
*Graziano Cernoia
Volk
Medizioni 2008
Si, dormire e viaggiare
Sentire che tutto quello che ho alle spalle si congela, diventa davvero un ricordo.
Andare il più lontano possibile, fin dove non c'è legge.*
A quanti incroci hai ballato invece di dare la preferenza, a quante rotonde hai pensato di svicolare nell'angolo proibito, quanto frastuono hai pensato di zittire e quanto silenzio hai riempito di lacrime che non hai trovato virili ma che non potevi trattenere
A volte penso che potrei non svegliarmi più, e va bene così. E' gia stata una bellissima avventura.*
A quanto amore hai rinunciato, dimmelo?
Ho deciso che adesso basta con le femmine.
Voglio finire la serata e precipitarmi lontano dal marasma*
A quanto? Nel non- senso del tutto di gesso e di concime che ci avvolge, nello smembrato sconforto che circonda e tende agguati, nell'assenza di senso e di vera possibile rincorsa, perché?
Sai dove e come trovarmi, io sono tenace, tessitrice, radiografo scrivendo ogni dettaglio, ogni abbaglio o sussulto, già danneggiata, esagerata e qui, a dispetto di ogni evidenza, nell'assenza, con la ferita corrosa, aspetto. E' un atto di coraggio o è solo un'ondata di calore che si autoalimenta, che si riforma, che rinasce e ritorna, che non muore. Io aspetto e aspetterò, sono costante, quasi folle a volte, lo sai, ho doglie di rincrescimento, non riesco ad accettare di congelare nel passato, in un ricordo- righe di pioggia, parole e ora tormento: fa di me un rimpiazzo, un sollazzo, uno strascico di ridicolo, un qualsiasi ormeggio, fa di me un balocco, una scheggia di vetro in cui specchiarti a piacere, un fotogramma sfocato, un'ombra di passato non arresa, un'imboscata inevitabile, un nodo di squilibri e sentimenti esagerati, una cosa sospesa, senza nome e senza bocca, un manichino in esposizione, una torsione beffarda del destino, ma devo saperlo, devo sapere perchè a così tanto amore hai rinunciato, perché al mio offerto da mani nude-solo non di passato- hai detto no e basta, no senza sfumature( e l'offertorio si è fatto per necessità scrittura, grido segnato fra le righe e i silenzi). Scegli il ritmo, il tempo, decidi il se, il dove, l'eventuale quando, il mezzo e il fine, con quale cadenza, con quanta mia impazienza e tua sopportazione, andrà bene comunque, me lo farò bastare, aspetto.
*Graziano Cernoia
Volk
Medizioni 2008
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venerdì 18 settembre 2009
diario infimo # un sogno
Sono bella, oggi. Ho messo gli anelli del mio amico indiano, gli orecchini e il vestito di Parigi, i capelli sono neri-blu e si stanno allungando.
Sono bella per il tuo messaggio e per il sogno. Quella mail inaspettata. Quelle poche sobrie parole hanno lavorato dentro di me. Accade. Ti ho sognato. C'è, a volte, una sublime grandiosità, nei sogni.
Eravamo in una città francese e tu venivi a trovarmi.
Non so esattamente quale città fosse ma era francese, si capiva chiaramente dalle strade, dalle brasserie, dalle grandi avenue e dalle facciate dei palazzi con la pietra a vista e i davanzali in ferro battuto.
Francia. Dove io forse vivevo. O forse ero di passaggio, una delle tante città che prendo in affitto per 48 ore, al massimo 72 per sentirmi in prestito, per non incrostare e sporcare niente. Poteva anche essere Marsiglia ma non credo. Non c'era traccia di mare. Tu, dunque. Il tuo viso era sciupato ma nitido, nel sogno. Venivi con una macchina sporca e polverosa, piena di roba, una macchina mai vista, non facilmente identificabile
La parcheggiavi, sistemavi una borsa di tela e uno zaino, ci sedevamo sul marciapiede cominciavamo a parlare, anzi tu parlavi e io ti ascoltavo e sorridevo ( era bello, così bello che fossi venuto), seduti sempre distanti- non pioveva, in fondo la pioggia per noi è essenziale, lo è stata e lo sarà sempre. Potresti dirmi che non c'è un noi. Io so che non è' vero. E poi era un sogno. Che continua
Avevi dentro la tua notte, il tuo freddo, il tuo viaggio e il tuo male, forse anche la tua pioggia. Io avevo brandelli di storie smozzicate da raccontarti, ma sapevo e so che era meglio tacere
vuoi un caffè ? Ti ho chiesto.
Hai tirato fuori un fornello da campeggio e sul marciapiede della città francese ( che poteva essere Cannes o Nizza) hai preparato il caffè e me ne hai allungata una tazza, sempre senza toccarmi, nemmeno uno sfioramento per errore. L' ho bevuta guardandoti fisso, senza abbassare lo sguardo, tu mi hai raccontato di tour faticosi finalmente terminati e di frontiere passate e ripassate
questa macchina è perfetta.
Eri stanco, logoro e con la maglietta sporca ( sempre bellissimo di una bellezza quasi insostenibile da guardare, una bellezza d'asfalto, di paure e di fantasmi compagni di viaggio, sempre con quegli occhi colore dell'oceano capaci di fosforescenza), ti ho chiesto se potevo comperarti dei vestiti e hai detto va bene. Mi hai seguito in un negozio piccolo, di legno, tutto stipato.
Eri sempre neutro, laconico, usavi il minor numero di parole possibile. Li abbiamo comprati, due magliette, una felpa grigia, forse dei pantaloni e siamo tornati a sederci nei pressi della macchina. Non so neanche se abbiamo parlato. Nel sogno le cose si confondono, si mischiano. Ti ho lasciato, verso sera. Non ti ho detto tante cose che volevo ed erano tante che piano piano si sono smarrite, perdute nei discorsi di niente, brevi e sintetici, a volte duri, affilati come coltelli, a volte sospesi, autistici, stentati, furibondi, delicati, freddi come lastre di ghiaccio, sorprendenti come nuvole viola.
La mattina dopo non pensavo ad altro, ritrovarti.
Sono corsa e ce l'ho ancora ben presente la corsa, per le classiche strade larghe francesi, fra bistrò e Monoprix che stavano aprendo, sono corsa per raggiungerti temendo che potessi essertene già andato. Sarebbe stato possibile, non mi avrebbe stupito e neanche addolorato più di tanto.
No. C'eri. Ti stavi preparando.
Sempre senza toccarci, neanche una stretta di mano, neanche un bacio sulla guancia, ti ho salutato. Non mi hai detto ci sentiamo, non mi hai detto torno. Io volevo dirtelo nel sogno. Volevo dirti quello che una volta ti ho già detto, e che ti ho persino scritto
io per te ci sarò sempre
e anche
nessuno ti amerà mai quanto me.
Entrambe le frasi le ho deglutite osservandoti mentre facevi manovra e te ne andavi.
Entrambe le frasi sono vere.
Sono bella per il tuo messaggio e per il sogno. Quella mail inaspettata. Quelle poche sobrie parole hanno lavorato dentro di me. Accade. Ti ho sognato. C'è, a volte, una sublime grandiosità, nei sogni.
Eravamo in una città francese e tu venivi a trovarmi.
Non so esattamente quale città fosse ma era francese, si capiva chiaramente dalle strade, dalle brasserie, dalle grandi avenue e dalle facciate dei palazzi con la pietra a vista e i davanzali in ferro battuto.
Francia. Dove io forse vivevo. O forse ero di passaggio, una delle tante città che prendo in affitto per 48 ore, al massimo 72 per sentirmi in prestito, per non incrostare e sporcare niente. Poteva anche essere Marsiglia ma non credo. Non c'era traccia di mare. Tu, dunque. Il tuo viso era sciupato ma nitido, nel sogno. Venivi con una macchina sporca e polverosa, piena di roba, una macchina mai vista, non facilmente identificabile
La parcheggiavi, sistemavi una borsa di tela e uno zaino, ci sedevamo sul marciapiede cominciavamo a parlare, anzi tu parlavi e io ti ascoltavo e sorridevo ( era bello, così bello che fossi venuto), seduti sempre distanti- non pioveva, in fondo la pioggia per noi è essenziale, lo è stata e lo sarà sempre. Potresti dirmi che non c'è un noi. Io so che non è' vero. E poi era un sogno. Che continua
Avevi dentro la tua notte, il tuo freddo, il tuo viaggio e il tuo male, forse anche la tua pioggia. Io avevo brandelli di storie smozzicate da raccontarti, ma sapevo e so che era meglio tacere
vuoi un caffè ? Ti ho chiesto.
Hai tirato fuori un fornello da campeggio e sul marciapiede della città francese ( che poteva essere Cannes o Nizza) hai preparato il caffè e me ne hai allungata una tazza, sempre senza toccarmi, nemmeno uno sfioramento per errore. L' ho bevuta guardandoti fisso, senza abbassare lo sguardo, tu mi hai raccontato di tour faticosi finalmente terminati e di frontiere passate e ripassate
questa macchina è perfetta.
Eri stanco, logoro e con la maglietta sporca ( sempre bellissimo di una bellezza quasi insostenibile da guardare, una bellezza d'asfalto, di paure e di fantasmi compagni di viaggio, sempre con quegli occhi colore dell'oceano capaci di fosforescenza), ti ho chiesto se potevo comperarti dei vestiti e hai detto va bene. Mi hai seguito in un negozio piccolo, di legno, tutto stipato.
Eri sempre neutro, laconico, usavi il minor numero di parole possibile. Li abbiamo comprati, due magliette, una felpa grigia, forse dei pantaloni e siamo tornati a sederci nei pressi della macchina. Non so neanche se abbiamo parlato. Nel sogno le cose si confondono, si mischiano. Ti ho lasciato, verso sera. Non ti ho detto tante cose che volevo ed erano tante che piano piano si sono smarrite, perdute nei discorsi di niente, brevi e sintetici, a volte duri, affilati come coltelli, a volte sospesi, autistici, stentati, furibondi, delicati, freddi come lastre di ghiaccio, sorprendenti come nuvole viola.
La mattina dopo non pensavo ad altro, ritrovarti.
Sono corsa e ce l'ho ancora ben presente la corsa, per le classiche strade larghe francesi, fra bistrò e Monoprix che stavano aprendo, sono corsa per raggiungerti temendo che potessi essertene già andato. Sarebbe stato possibile, non mi avrebbe stupito e neanche addolorato più di tanto.
No. C'eri. Ti stavi preparando.
Sempre senza toccarci, neanche una stretta di mano, neanche un bacio sulla guancia, ti ho salutato. Non mi hai detto ci sentiamo, non mi hai detto torno. Io volevo dirtelo nel sogno. Volevo dirti quello che una volta ti ho già detto, e che ti ho persino scritto
io per te ci sarò sempre
e anche
nessuno ti amerà mai quanto me.
Entrambe le frasi le ho deglutite osservandoti mentre facevi manovra e te ne andavi.
Entrambe le frasi sono vere.
domenica 13 settembre 2009
Passioni e omissioni# su attitudini personali in estinzione
Avrei bisogno di un po' di bugie, di quelle che aiutano a sopportare i momenti in cui ci si sente inevitabilmente sconfitti, mangiati, avviliti, impotenti, maldestri, al guinzaglio, sulla ruota, dentro un colossale, profondissimo abbaglio. Lo so. Quei momenti. Siamo abituati a considerarli scorie della felicità che ci è data in obbligo e che cerchiamo e cerchiamo e cerchiamo, quei momenti sono invece la vita nella sua materia più cruda e naturale, animale. Di viscere. Di saliva. Quelle bugie che vorrei aiuterebbero a rimanere in quel limbo sospeso dove l'implacabile scorrere sembra quasi fermato. Fomenterebbero l'illusione del tutto identico, fisso, fermo, irrevocabile e anche irrefutabile. Magari. Non so mentire in quel modo serio e grave che richiede allenamento, precisione e un certo cinismo non frivolo ma caparbio. Sono capace di piccole e grandi omissioni. Questo sì. Ometto. Cambio posto alle tessere del domino, con mano che cogli anni si è fatta veloce. Cambio posto perché il domino risulti più bello da vedere, più compiuto, più interessante, non faccio altro, non modifico sul serio, non butto all'aria i tasselli, non saluto per sempre e così sia, non prego, non mi faccio la manicure francese per mostrare un'essenza sofisticata da provinciale rincitrullita, eppure farebbe la sua figura. La bugia del mascheramento è quella più gettonata, è quella che costituisce la moneta di cioccolata del carisma, ma il carisma(quando è solo, senza altra sostanza) è ingannatore, e la moneta forse è diventata immangiabile perché arriva dalle bancarelle di un natale lontano nel tempo e nello spazio. Troppo. Rimango con le mie omissioni. Rimango non degna di partecipare alla mensa di qualsiasi Signore o signore. So che si deve invecchiare e cominciano anche a stancarmi gli uomini che rivelano solo pezzetti di destini devastati. Quegli uomini per i quali ho fatto follie e oltrepassato folle in rincorsa, e per i quali ho sentito che perdevo gambe e braccia a ogni congedo, a ogni addio, parziale, totale o epidurale. Sono passi in avanti? Lo saranno quando saprò con certezza, che, tanto, non si arriva da nessuna parte. Anche se si decide di camminare obliqui.
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martedì 1 settembre 2009
parole massa morente-sul contemporaneo mistico
A volte mi sconcerta la massa- decisamente morta o morente o anemica- delle mie parole. Le scelgo, le limo, le analizzo, le ripulisco di polvere e patina, le scarto a volte, spesso le recupero( raccolta differenziata di lemmi rifiutati, naturalmente, riciclabili ed ecologiche). Lo sconcerto resta. Quello che è vivo è disorganizzato, per sua natura caotico. E' fatto di strati che noi reifichiamo per rassicurarci sulla nostra esistenza. E' un flusso, una scansione di immagini, sbagliate, sovraesposte, inquadrate male, imperfette o superlative, ma scorrono e scorrono e scorrono e scorronoo veloci queste immagini come le parole degli altri e le nostre e la nostra musica che si ripete in un continuo PLAY e REW nel nostro cervello, tutto diventa un impasto. Siamo questo. A volte si scalda, a volte no, resta freddo, isolato. Mi sconcerta questa morte lenta, questa impotenza che non conosce pillole risolutive( se non il diazepam per sedare chimicamente l'ansia del niente e del bianco vuoto, della privazione, della mutilazione amorosa e sottesa a ogni atto, a ogni fatto) Mi sconcerta la difficoltà enorme a costruire una storia che si tenga in piedi e che possa sopravvivere in questo contemporaneo della scheggia rapida, del frammento quasi mistico, perché così simile a un'apparizione a una processione, Continuo, incessante, martella, propone reputazioni rovinate, notizie false,omesse, inventate, dismesse, arte arrangiata e arte povera e carica d'incanto, pianto e rigurgito di ambizioni, scrittori poveracci, giornalisti cialtroni, scrivani del potere,finzioni e cordate, scrittrici inventate dalla sera alla mattina, altre che fra detriti di parole e cose trovano viottoli e li rendono una strada che vale la pena di. Questo contemporaneo mistico della violazione di privacy che si rimangia, di dignità che non si rigenera, di video, storie, post, microblogging, grida d'aiuto, d'assalto, d'assedio, erotiche o fredde, operazioni a cuore aperto, chemioterapie palliative per ogni tipo di situazione non- rimediabile che non vuol dire perduta. A volte tutto questo mi sconcerta, a volte rimpiango di aver sbagliato anno di nascita, di aver perso quel novecento che ancora mi manca, a volte semplicemente so di essere stanca ma non voglio mollare, e nemmeno morire.
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assedio
"Mi sembrava già da prima, di aggirarmi tra le macerie.Cos'era, la mia vita, in tempo di pace? Amici ipocriti e vigliacchi, padri cancerosi, madri emorragiche, puttanieri del week end, fratelli rinnegati, cascamorto, traffichini, plichi bambini ombrelli treni perduti, debitori e creditori, e gli inetti, i predicatori, gli ingenui, i violenti; le case che non smettevano mai di venir ripulite e di imbrattarsi di nuovo, polvere, cenere, e zanzare pronte ad attaccare, e le blatte e le zecche e i ragni...Quella solitudine farcita di gesti indistinti, era già una guerra. Ecco quello che di bellico si è aggiunto alla mia vita in pace: il quotidiano affanno per scovare tranquillanti e sigarette; il quotidiano sfamarsi di patate lessate o brodaglie di erbette e fagioli dell'ONU; la quotidiana sporcizia di chi non può lavarsi ed è costretto a puzzare. Il resto è identico. Non ho imparato a vivere, né a scrivere"
Babsi Jones "Sappiano le mie parole di Sangue"
E' così vero. Non ce lo domandiamo. Non sono guerre, non sono lotte che sfregiano le nostre vite? Non palesi, non dichiarate, non giocate su confini. Un assedio vero aggiunge qualche dettaglio. Maggiore panico, maggiore precarietà e allerta la notte, anche questo non sempre. Io la notte sono sempre avvolta da una lieve apprensione, da un senso di fine, di croce su un ipotetico calendario, di sollievo lieve per aver trascorso ancora una giornata, ma non sono certa che possa bastare.
Babsi Jones "Sappiano le mie parole di Sangue"
E' così vero. Non ce lo domandiamo. Non sono guerre, non sono lotte che sfregiano le nostre vite? Non palesi, non dichiarate, non giocate su confini. Un assedio vero aggiunge qualche dettaglio. Maggiore panico, maggiore precarietà e allerta la notte, anche questo non sempre. Io la notte sono sempre avvolta da una lieve apprensione, da un senso di fine, di croce su un ipotetico calendario, di sollievo lieve per aver trascorso ancora una giornata, ma non sono certa che possa bastare.
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