sabato 31 ottobre 2009

Accade davvero, nonostante.
Ti leggo, una mail che non dice niente o quasi, una mail sintetica, una mail tranquilla e senza quella polpa che io vorrei, oh io vorrei torrenti di roba torrida e indecente, io vorrei passi nel buio che raggiungono stanze proibite, io vorrei chiavi che chiudono porte e lasciano fuori il mondo perché due corpi si possano amare, ok, lontani da questo, una semplice mail ma che, in qualche modo dice un po' di più, con una leggera connotazione di dolcezza, giusto un accenno, mi viene spontaneo dicevo, mentre leggo, un sorriso ( eri così bello, lo sarai ancora? c'è ancora l'oceano nei tuoi occhi?), qualcosa adagio si smuove, qualcosa spurga, si estrae, sanguina, lacrima, singhiozza, sono commossa, come se mi fosse stato fatto un regalo( ma dove cazzo è finita tutta quella bella sicurezza sul potere dell'assenza?), ecco commossa è una delle parole adatte e poi accade, viaggio nel tempo, eccomi bimba per mano al babbo sai G, tuo padre è morto presto il mio è andato via ed è simile alla morte, ti assicuro, potrebbe sembrare meno ingiusto ma è ingiusto uguale, anche se poi rimane e lo vedi ancora, non è come averlo accanto, proprio no e quando le persone che amiamo non ci restano accanto a fare programmi divertenti, pazzi o strani o ci tengono un'ora al telefono sono come morti, sono simil- morti, sono parzialmente morti, e lui si apprestava a morire Immagina la scena, pensami come sono adesso, solo coi capelli rossi, rotonda e con le lentiggini, gli do la mano e penso che lui è il mio babbo- salvezza, il mio babbo- ancora e lo penso mentre lui sta già organizzando mentalmente il resto della sua serata che non mi comprende, non mi implica, non mi coinvolge, so che andrà via ma so anche, precisamente che lo amo, che lo amo moltissimo, che lo amo del tutto, che lo amo obliquo e dritto, che lo amo Eau Sauvage, che lo amo avvocato, che lo amo occhi- vaghi, che lo amo alto e giusto, che lo amo musica classica, il mio babbo profumato ma nonostante questo andrà via da me e questo è ingiusto, profondamente triste e intollerabile ma forse accade questo fatto, che lo amo perché mi dirà che deve andare via e il profumo delle cose andrà via con lui, il brusio del natale andrà via con lui, l'estate, l'autunno e l'inverno si frantumeranno con lui, ecco forse ho capito che proprio per questo io lo amo e mi rivedo bambina con questa montagna d'amore che mi cadrà davanti ai piedi quando lui coi suoi soliti passi lunghi andrà via, sentirò rumore di stoviglie e di piatti che si infrangono a terra, ma lo sento ancora, batte col ritmo del cuore,quel carico enorme di sentimento, quel carico enorme d' amore che mi avvolge, che resta male e bene, incredulo, salato, appeso,imbambolato, cretino.

Leggo la tua mail e a voce alta dico : ti amo sai, lo so,è indiscutibile ormai, non te lo dirò mai più ma posso scriverlo,ti amo, ancora adesso,è passato un anno, un anno di stagioni e di passioni, di cambiamenti e guarigioni e io sono invecchiata e tu sei invecchiato ma non c'è stato in realtà un secondo, un solo singolo istante in cui questo fatto sia cambiato, io ti amo.

Ma questo dolore complessivo, si vive invano?

mercoledì 28 ottobre 2009

Suggerimenti

"..Il vero problema è che noi donne non approfittiamo abbastanza della sindrome premestruale. Ho sempre trovato curioso il fatto di esserci sentite dire per anni che la sindrome premestruale era tutta nella nostra testa da una classe medica che tendeva a considerare ogni altro nostro disturbo un prodotto del nostro utero. E adesso che la SPM viene presa sul serio gli uomini la usano per mettere in dubbio la nostra capacità di pensare razionalmente..

Naturalmente se un uomo ha gli ormoni in subbuglio nessuno considera la cosa un ostacolo per la sua competenza. Ma per secoli noi che siamo dotate di utero siamo state ritenute naturalmente "isteriche" I nostri organi riproduttivi sono stati considerati la nostra unica fonte di identità...perciò ecco cosa penso che dovremmo fare in Quel Periodo Del Mese.

Invece di cavalcare i nostri sconvolgimenti ormonali come se fossero un toro meccanico o magari cercare di calmarli, credo che dovremmo sfruttarli per combattere la discriminazione sessuale. Praticare una "SPM mirata"..Imbrigliamo gli sbalzi d'umore, mungiamo i crampi mestruali, lasciamo che le ovaie ci incitino e mettiamo a fuoco le nostre frustrazioni. Ogni giorno noi donne veniamo indotte a farci vedere e non sentire, a negare ciò che vogliamo, a tenere a bada rabbia, ambizione, sessualità. Eppure, ogni mese Madre Natura alza il termostato nella nostra piccola incubatrice finché non possiamo fare a meno di comportarci noi stesse come una forza della natura. Siamo chimicamente obbligate a piangere, inveire, urlare, ridere, mangiare.."

Io amo la donna che ha scritto queste righe. La amo davvero.

Susan Jane Gilman RAGAZZE NON TROPPO PERBENE

diario infimo# un anno oggi

Avevo questo amore storpio, questa in-quieta illusione
me la portavo dietro con metodo (è un anno,oggi)
ed è accaduto qualcosa di così normale, usuale e umano.

Ci siamo parlati per un progetto, ci siamo sentiti per una cosa, importante, da fare.
Questo ha fatto apparire, in fondo, ricco e fecondo l'anno trascorso. Nonostante le ferite in sequenza, nonostante la nostalgia, l'assenza, la voglia, il desiderio represso, le tue fughe, la voce che era diventata ormai ricordo.

Era l'assenza quindi, che alimentava il tutto? E il tutto è tanto,un carico di ombre, di disagio, emozioni in sequenza, messaggi sbagliati, intrepidi, continui, scritture quasi grondanti sangue e bisogno, ricordi rifatti, ricomposti, rimessi a nuovo, pitturati, l'avvicinamento alla musica che ti appartiene, e in quella un tuffarsi patetico e costante.

Dopo, dopo le parole, dopo un contatto normale in un mattino normale, in infimo piccolo momento del nostro mattino, dopo questo qualcosa si è placato, quasi all'istante.
L'assenza alimentava, era concime perfetto, era lo spazio per immaginare, per dare forma e credito al non conosciuto, all'apparso, al santino, al manichino, all'altare profano di un sentimento introiettato e fuso da un bisogno letterario e della pelle di avere qualcosa da rimpiangere, qualcosa da volere.

Mi sentivo scorticata in questa assenza, e adesso tutto è normale, quieto, semplice, persino gentile. Certo, lo so di volerti bene, e questo penso e spero che duri, che rimanga.

Certo, la presenza è una presenza intermittente, non ti ho visto e forse, rivedendoti gli occhi-oceano e quel tuo sorriso pronto a correre via, a scivolare dalla bocca per nascondersi, tornerebbe a farmi quell'effetto, tornerebbe a farmi sentire esistere solo vicino a te, solo nei pressi, accanto.
Non ne sono sicura, ma non cerco, non ci penso, non c'è più quel malessere sfavillante che mi faceva sentire davvero un po' speciale.

Però è un anno, oggi. Poco o molto non so, ma mi andava di ricordare.

giovedì 15 ottobre 2009

senza, un fotogramma marginale

il "mai più" si sbriciola in piccole montagne di polvere
frantumi e ossa

ritorni e capisco il tempo e il ritmo che ci vuole
ritorni
per modo di dire ma in fondo è così, ritorni
anche se c'è qualcosa di buio e denso, gravido di cose che non vedo bene, che non distinguo

ritorni
sfregi la mia giornata di striscio
mi stordisci appena

con la solita freddezza con il solito opportunismo con il solito fragile inquieto corroso egocentrismo


il "mai più" per un attimo è una tentazione, l'accarezzo, la bacio, la avvolgo di attenzioni precise, la lecco, la venero e guardo, è un azzardo

ritorni
probabilmente per poco ma ci sei sempre
convulsamente
il grembo di ciò che succede nella mia vita è gravido di te da un anno
in maniere impreviste
in assenze che si sono fatte parola
( e ancora ancora ancora)
ma quando non ci sei è peggio


quindi il "mai più" è oltraggio al mio desiderio, all'assedio, al paplpito, al fremito inusitato, al percorso sbagliato imboccato,
alla mia capacità di passarci in mezzo
perché quello che provo e quello che c'è
coincidono

ritorni
e, per ora, l'esercizio sul tempo e sul ritmo più adatto a coltivare questa sorta di amore disfatto mi stimola ancora, mi piace, lo trovo indispensabile
incisivo abbaglio di quello che voglio
quando non ci sei, quando non sfregi, sembra tutto vago, spezzato, monco, un fotogramma marginale
non sei tu sono io
è la mia scrittura che di questa sofferenza si nutre
che da questa sofferenza si lascia sfiancare

domenica 11 ottobre 2009

non inseguirti
non ricordarti

ondeggio fra questi esordi
perché sono soltanto sbilenchi tentatacoli di sentimenti agli esordi
nient'altro che loro
a tenermi in piedi

giovedì 8 ottobre 2009

Oggi ho pensato mai più, mai più un messaggio, una mail, un qualsiasi scambio. In fondo perché devo continuare a levarmi la pelle, e i denti e i bulbi oculari ogni volta che ti sento, che c'è un modestissimo avvicinarsi, ogni volta che qualcosa di tuo mi arriva vicino. Ogni volta che vedo una tua foto, ogni volta. Resto senza pelle e senza occhi, fra brividi di freddo e sconcerto. Resta un manichino surrealista.
Resta il contraccolpo, qualcosa di rigido e morto dentro. Lo sento ancora, un grumo.

Oggi ho pensato mai più. Questo smembramento è inutile, non lo vuoi, non lo voglio, è malsano, maleodorante, nullo, gelato. Ti ho offerto dell'amore che di certo è arrivato sbagliato, nel momento e nel modo, nel tempo, nel ritmo, lo so, ma ha una sua giustezza l'amore offerto, in qualsiasi modo ciò accada, e non accettarlo è un'ingratitudine pazzesca, una vera offesa alla vita, ai suoi doni.

C'è quella freddezza che ti spinge lontano, che sbrindella ogni mano tesa, ogni sorriso. Lontano, con durezza, non una parola, non una in più, teorizzi sofferenze delle quali non puoi immaginare la grana e la sostanza, io ho una vita di gioie e di contiguità, mi andava bene tutto, ogni brandello di una possibile amicizia, di un possibile esserci- essere con te, nei pressi,come amica, come cosa, come eco di qualcosa, come proiezione, come ricezione.
Ero disposta, lo sono stata, ad adattarmi- tranne qualche scrittura, qualche incursione, qualche variazione sul tema, qualche Goldberg narrante e narrata- a tacere e a zittire.

Mai più. Basta l'assedio, il rannicchiarmi nel sentore di aver perduto qualcosa, di avere smarrito una gamba o un braccio, accanto a te, con la pioggia e le parole che parevano leggere, quel pomeriggio ormai così remoto. Spezzo l'assedio, quell'orrenda percezione. Di essere monca da allora. Basta.
Una cosa te la devo dire.
Sapere impossibile la tua presenza nella mia vita nei modi in cui la realtà lo potrebbe permettere, spegne.

Mi spegne. Mi diminuisce una parte dell'ispirazione, dell'entusiasmo. Non tutto, sia chiaro, ma qualcosa si affievolisce piano, svanisce adagio.
Domani tornerò a Villefranche, lo splendido piccolo paese dove sento di essere sempre stata, dove riesco a essere felice, sulla piccola rada, con le strade ad anfiteatro e la rue Obscure. Domani torno in quella merviglia di mare e cielo, di azzurro che abbaglia. I luoghi li amo e per le cose belle che ho intorno sorrido. Quello non è cambiato, ma altro sì.

La mia scrittura è fatta di carne, di carne e sangue, carne mortificata, carne a volte respinta, a volte amata per caso, per un azzardo bastardo, a volte amata a lungo e su questa lunga scadenza leggermente assopita, la mia scrittura in ogni riga ha assorbito il nostro conoscerci, questo incontro in realtà inesistente,questa comunicazione di niente, di paura e meschina viltà, la mia nell'insistere per una realtà che non potrà mai essere e in cui non potai mai stare. Mio amico, a me vicino, in qualche modo, non si può, c'è solo qualcosa di brusco, di ruvido, che lascia a sangunare le labbra delle ferite, e lo fanno a lungo, a lungo, talmente a lungo che non ne vale la pena. Basta così, basta con la depravazione del lamento, basta con questo mendicare, amplificato scontento, narrazione diseguale, traboccante, quello che chiami delirio, quasi scompiglio dei sensi, delle dita automatiche e sincopate su tasti che creano da soli parole e associazioni.

E' un anno fra poco che ti ho conosciuto, è ricorrenza che non festeggeremo, un anno in cui ti ho permesso di occupare tanto di me e tanto del mio tempo, dandomi poco valore, sottraendo. Tanto del mio corpo, delle fantasie, delle parole dello strazio, la tensione della carne, la commozione, l'incompiuto, la musica, la malia.

Basta davvero, so che il mio dono era prezioso, poteva esserlo e non lo sciupo più, me lo devo. Lo serbo, non per altro, o altri, in quel modo e in quella forma era solo per te e per te resterà cristallizzato, destinato alla cenere che ci aspetta. Tutti, senza distinzioni, di tutto questo non rimarrà niente, un girare sospeso, di falena impazzita, un mozzicone di vita, un desiderio sommato ad altri.In un mazzo di carte da gioco da cui esce il matto, il giullare.